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La Brigata Rocciatori

 

Meno male che non c’è neve! Avrebbe reso tutto più difficile. La Val Calolden l’hanno risalita parlando meno del solito. Conoscono le pietre di quel sentiero una ad una. L’ Ugo, il “Boga”, “Farfallino” e lui, con tanti altri amici, le hanno levigate con le suole dei loro scarponi per quasi vent’anni, andando ai Resinelli per arrampicare d’estate o per sciare d’inverno. In giro non c’è nessuno. Chi vuole che vada ai Piani un martedì sera di febbraio? Questa volta non sono escursionisti. Attraversano il Pra’ della Fontana e in breve sono arrivati. Riccardo organizza il da farsi. Fuochi e torce vanno accese all’ora fissata, le 21.30, nel posto fissato: Pra’ Cassin, chiamato così perché pieno di casottelli per il formaggio, chiamati “cassini”.

La sera prima da Radio Londra, dopo i soliti quattro tocchi di tamburo che facevano irrigidire gli ascoltatori, la voce del colonnello Harnold Stevens aveva annunciato “ Buona sera parla Londra. A tutte le stazioni europee della BBC. Ecco le notizie. Ma prima, alcuni messaggi speciali per i nostri amici dei paesi occupati”. Solo che questa volta, in mezzo a tante frasi in successione Riccardo aveva udito anche : “Cartine per sigarette. Ripeto Cartine per sigarette”. E quelle “cartine” riguardavano assolutamente loro, il Gruppo Rocciatori, i partigiani più segreti del Lecchese.

Adesso è tutto pronto, non resta che aspettare con le orecchie tese a captare il rumore dell’aereo, acquattati, tutti i sensi allerta fra i radi alberi ai margini del pascolo. Nell’attesa Riccardo pensa a come è finito li. Il suo percorso politico era simile a quello di tanti italiani. Quando era arrivato a Lecco, il fascismo era al potere da quattro anni. Era un ragazzo che pensava esclusivamente a lavorare, al pugilato e alla montagna. Fascista, come quasi tutti, ma con un impegno solo sportivo. La tessera gliel’avevano data ad honorem, dopo i successi alpinistici. “Ma perché dovrei rinnegare di essere stato fascista” dirà anni dopo. “Prima di tutto negarlo sarebbe una bugia: ho vestito la divisa, ho ricevuto i premi e i riconoscimenti per quanto facevo in montagna, addirittura la sezione di Lecco del partito pagò per me e per Ratti le spese di viaggio, quando andammo su a Misurina per la prima ascensione sulla Nord della Lavaredo. C’era concorrenza coi tedeschi e il regime era interessato a una nostra vittoria…Ma noi mica arrampicavamo per il partito! Ero anche iscritto nelle squadre di soccorso dell’Unione Nazionale Protezione Antiaerea, ma per uno che andava in montagna e non era al fronte perché era capofficina alla Carboni, fabbrica di guerra, era praticamente obbligatorio. E poi era un’ottima copertura. Insomma, non mi è mai sembrato di dover dare giustificazioni: rifarei tutto, compreso il partigiano.”Quella tessera del partito, avuta senza cercarla, ma non rifiutata, era finita stracciata e gettata nel lago nel giugno del 1940. L’entrata in guerra al fianco della Germania non riusciva proprio a mandarla giù. I tedeschi erano stati i nemici nella grande Guerra e lui, i tedeschi, li aveva visti all’opera sulle sponde del Tagliamento. La rivalità si era poi trasferita sulle montagne: Hintermeier e Meindl sulla Lavaredo, Heckmair sulla Walker e tanti altri. Una rivalità che si era trasformata in rispetto reciproco per le capacità sportive.

Per un attimo l’unico rumore è lo scoppiettio della legna che brucia sul falò. Poi un rombo sordo, lontano, ma sempre più nitido, fino a quando non incomincia a rimbombare fra le pareti della Valsassina. Un rumore, quasi un fruscio, poi un altro, un altro ancora e ancora, ancora, ancora, ventotto volte. “Cribbio quanti paracadute” dice Riccardo a voce bassa. “Non dovevano arrivare solo due uomini?” Scendono l’uno dopo l’altro, pacchi, container e due ufficiali. Lavorano tutto il giorno successivo per recuperare le cose paracadutate, dividerle, nasconderle nelle miniere dei Resinelli.

Alle 12.30 del 26 aprile arriva l’ordine dell’insurrezione. Subito partono le staffette per avvertire i gruppi partigiani in montagna. I primi a mettersi all’opera sono ovviamente i partigiani di città, il Gruppo Riva, il Gruppo Fiocchi, le Fiamme Verdi, poliziotti, finanzieri, e gli uomini della Brigata Rocciatori. Mentre a Milano il Duce e i gerarchi trattano prima di fuggire verso Como e andare incontro alla propria fine, a Lecco si scopre che una grossa colonna di tedeschi e repubblichini – quattordici autocarri e alcune camionette – sta arrivando dalla strada di Bergamo. Alle 8 sono a Calolzio, alle 19 a Maggianico. C’è caos e paura in città perché i partigiani armati sono ancora pochi.  Il Gruppo Rocciatori è fra quelli che non perdono la testa e si organizza. All’improvviso i camion fascisti riprendono la marcia spazzando la strada a colpi di mitraglia, mentre dai tetti delle case si fanno vivi i cecchini. In piazza Manzoni cade Alfonso Crotta, poco dopo e poco distante in piazza Garibaldi, tocca a Vittorio Ratti, ucciso mentre combatte accanto al suo grande amico Riccardo, quasi un fratello maggiore, il compagno di avventure sul Badile, sulla Lavaredo e in tante altre scalate. Fra i colpi, il rumori, le urla e i lamenti della battaglia, non c’è il tempo di piangere gli amici, non c’è più nulla di umano in quei momenti. Cassin ha un bazooka in spalla e lo fa tuonare. Il mattino del 27 Cassin striscia sulla massicciata della ferrovia nel tentativo di mettere a tacere l’anticarro con il bazooka. Alle 9 la battaglia riprende. I brigatisti non demordono, anche se ormai la ritirata è diventata impossibile.Tutte le strade di Pescarenico sono bloccate.

Sventola una bandiera bianca. “Farfallino” Giudici salta subito in piedi con Silvano Rigamonti, Antonio Polvara ed Ettore Riva, esultanti. Parte una rafica dalla finestra. Restano tutti e quattro a terra. Riva e “Farfallino” morti, gli altri feriti. Un fascista, forse, non si era accorto del segno di resa. Riprende la battaglia, stavolta carica di una rabbia più grande.

Insieme ad un compagno di Pescarenico” racconta Riccardo “andai giù a trattare la resa. Erano tanti, erano ben armati, io grondavo di sangue ma avevo più paura di loro,oh si, molta più paura di loro. Mi chiesero di aver salva la vita e l’onore delle armi. Glieli concessi entrambi, l’importante era di fermare il massacro, da una parte e dall’altra.

Sembra giunto finalmente il momento di tornare in montagna, di riprendere a salire la Val Calolden senza il timore di sentire un “Alto là” o un “Mani in alto”.

 
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